Sull’onda del grillismo, che ha caratterizzato il risultato elettorale per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana prima e del Parlamento Nazionale dopo, il Governatore della Regione Siciliana Crocetta, ospite della trasmissione domenicale pomeridiana di Giletti, annuncia l’approvazione di un disegno di legge che, nel sopprimere le Province Regionali della L.r. n. 9/86, ripristina i Liberi Consorzi di Comuni quali unici enti intermedi previsti dallo statuto siciliano. La notizia potrebbe lasciarci indifferenti se non fosse per le varianti che il disegno di legge contiene. I futuri Liberi Consorzi di Comuni assorbiranno infatti le competenze delle soppresse autorità d’ambito per la gestione integrata delle risorse idriche e dei rifiuti, nonché quelle degli attuali Istituti Case Popolari.
I Liberi Consorzi di Comuni, aventi una natura consortile, saranno
governati da organi di 2° grado, cioè da organi eletti non più
direttamente dai cittadini ma dai Comuni consorziati. La questione, per
la verità niente affatto nuova per alcuni di noi che da anni si
cimentano nel promuovere riflessioni condivise su tali argomenti di
ingegneria costituzionale, merita delle brevissime osservazioni.
Sotto l’aspetto prettamente costituzionale, l’abbandono del modello
ibrido di ente intermedio voluto dalla citata L.r. n. 9/86 potrebbe
pure starci, soprattutto in un momento come questo in cui gli atti di
furbizia istituzionale vengono accolti dall’opinione pubblica come
resistenza alla voglia di cambiamento. Basti in questa sede ricordare
che attraverso la L.r. n. 9/86, il legislatore siciliano ha inteso
dotare gli istituiti Liberi Consorzi di Comuni, semplicemente
denominati “Province Regionali”, oltre che di autonomia amministrativa
e finanziaria anche di autonomia politica. Con questo escamotage
istituzionale, il legislatore ha introdotto nell’ordinamento un ente
territoriale di governo al pari dei Comuni, senza però tenere nella
doverosa considerazione che lo statuto siciliano prevede un solo
livello territoriale di governo per ambito comunale e un ente di natura
più semplicemente consortile per ambito sovra comunale. In sostanza, il
legislatore della L.r. 9/86, nel dotare i Liberi Consorzi di Comuni
anche dell’autonomia politica tipica degli enti territoriali di governo
ha operato ultra statutum vulnerandone la fondatezza giuridica e la
stessa permanenza nell’ordinamento.
In tale contesto la scelta di restituire l’ente intermedio siciliano al
modello previsto dallo statuto appare formalmente corretta. Rimangono
però intatte le numerose, quanto fondate, perplessità sulla
funzionalità di siffatto modello di gestione dei servizi pubblici
locali, soprattutto dopo l’esperienza devastante delle AA.TT.OO. che
nella sola Sicilia hanno prodotto un debito, non ancora estinto, di
circa 1 miliardo e 200 milioni di euro.
Ma l’aspetto più curioso, e nel medesimo tempo paradossale, è contenuto
nella previsione di una governance di 2° grado del recuperato Libero
Consorzio di Comuni. Infatti, una elezione di 2° grado degli organi di
governo si giustifica in presenza di funzioni amministrative blande
mantenute dall’ente intermedio come quelle di indirizzo e coordinamento
delle attività dei comuni già individuate nella precedente norma
programmatica n. 14/2012. Al contrario, l’annunciato potenziamento
delle funzioni amministrative proprie dell’area vasta in uno al
trasferimento delle citate competenze in materia di rifiuti, risorse
idriche ed edilizia sociale, richiede un’elezione degli organi di
governo in cui il rapporto tra comunità amministrata ed amministratori
non può che mantenersi stretto. Né può essere considerata rilevante la
questione del risparmio di spesa derivante dall’assenza delle cariche
elettive (Presidente e Consiglieri) per giustificare la messa a
repentaglio di regole democratiche sottese al principio autonomistico
contenuto nell’art. 5 della Costituzione.
Orbene, se non può dubitarsi di avere assistito negli ultimi venti anni
ad abusi di autonomia politica nella gestione della cosa pubblica, tali
da avere generato un policentrismo anarchico, le odierne politiche
pubbliche tendenti al contenimento progressivo (rectius: “alla cieca”)
della spesa pubblica,
accompagnate da forti dosi di politiche emozionali, rischiano seriamente di far diventare la cura peggiore del male. La giusta riduzione dei cosiddetti costi della politica non può comprendere anche la riduzione di fondamentali presidi di democrazia locale, pena la messa in discussione del “contratto sociale” tra Stato e cittadini.
di Massimo Greco
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